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venerdì 22 settembre 2017

Epilogo di un'estate

E poi?
E poi qualcosa finisce e qualcos'altro inizia. La solitudine è bella quando la scegli e sai che ha un termine perché delle persone ti aspettano per iniziare cose nuove.
Con San Gimignano è finita la mia prima vacanza in solitaria, ma tempo per la stasi non ce n'è stato: sono ripartita diretta dai nonni, in quello strano posto che non sembra neppure Napoli; è soltanto un posto particolarmente brutto vicino Napoli.
Ogni volta faccio il gioco di trovarci del bello, e perdo.
Nonni invecchiati, quasi prigionieri delle loro vite, forse per la prima volta in attesa della morte. Sosta triste. E quando le persone non hanno più speranze di poter essere felici diventano più cattive, e tutto si complica.
Ma i miei ricordi di nonni felici, di nonni buoni, di attenzioni che non si possono contare tante sono state, ecco, non permetterò a questa manciata di giorni senza significato di coprire quei ricordi con l'immagine di loro che non sanno più che fare, smarriti, in balia degli altri, adirati per esserlo.

                      Prima del tramonto (Vesuvio) - Before the sunset (Vesuvio)
                              Prima del tramonto (Vesuvio)

Nei giorni dai nonni ho scattato qualche foto in giro con mio padre per rendere più sopportabile questa temporanea, breve, convivenza. Poi sono ripartita, quest'estate non finivo mai!, quasi a ricompensarmi di tutte le estati che non sono esistite per me. E sono ripartita ancora.

                          'E basta le foto del tramonto, ce n'è già uno al giorno, basta per davvero!' (Agropoli)
'E basta le foto del tramonto, ce n'è già uno al giorno, basta per davvero!' (Agropoli)

Il tempo di tornare a casa a rifare il bagaglio, e questa volta ero sulla strada e non più sui binari: una macchina, una madre, una figlia e due conigli alla volta della Riviera Ligure, terra di confine, Ventimiglia. Poi ci raggiungerà Ilaria.

                                Mamma e il mare
                                       Mamma e il mare



                          Ili riflessi dorati
                                       Ili zen riflessi dorati

Tempo di riposo, di lento oziare in spiaggia, chiacchiere tra donne, momenti con i conigli, colazioni all'aperto e sessioni fotografiche ad personam.

                         Meditazione al tramonto 2     
                                   Meditazione al tramonto 2

Loro hanno continuato mentre io sono saltata sul treno per salutare gli Interpol, con Barbara con cui tutto è cominciato in quell'aprile di una quindicina di anni fa a Firenze, giovani studentesse che nulla ipotizzavano per il loro futuro, ma camminavano lungo l'Arno chiedendosi che cosa diavolo fosse accaduto quella sera, che cosa fosse stata quella folgorazione per il gruppo newyorkese. Era sembrato come un colpo di fulmine, potentissimo.
E per quel colpo di fulmine tanti anni dopo abbiamo accorciato le nostre vacanze, trovandoci al 24 di agosto a Milano, io single ormai incallita e lei madre di famiglia.
Le mie vacanze sono finite qui, con questo concerto, con Daniel che lascia il palco rispondendo con un saluto al mio bacio inviato con la mano.
Mai come in queste righe risulta appropriato il tag Turn on the bright light.

Sapete, è stata una bella estate. 

SECONDA TAPPA - S. GIMIGNANO: giorno 4: a scuola di fotografia

Per nulla intenzionata a perdermi neppure un goccio del tempo disponibile di questa vacanza, mi sveglio presto e un po' malinconica all'idea che sia l'ultimo risveglio nella mia stanzetta con le travi di legno.
Con una lieve pesantezza d'animo (ma può una cosa lieve essere pesante?) apro ancora una volta gli scuri: bene, c'è sempre almeno un fidato piccione a vegliare sul circondario.
La frickettona mi permette di tenere  il trolley da lei fino all'ora dell'unico bus del mattino per Poggibonsi.
Così già alle 8,30 eccomi armata di macchina fotografica a girare di nuovo per San Gimignano, senza alcuna meta precisa e senza nessun programma da dover rispettare.
Questa volta sento davvero la familiare sensazione di avere la cittadina in tasca. Mi aggiro sicura e veloce per le viuzze pedonali fotografando a sentimento.
Ora che ci penso, quanti pochi San Gimignanesi ho fotografato!
Decido allora di trascorrere il resto del tempo cercando di rubare scene di vita quotidiana. Mi concentro particolarmente su Piazza Duomo, catturando i movimenti dei mercanti che stanno allestendo le loro bancarelle, degli anziani che si attardano a chiacchierare, deviando ogni tanto dal tema con qualche scatto storto alle torri, cercando di evitare le troppo banali foto ai monumenti. E niente, devo dire che ancora non ho il coraggio di fotografare con decisione e convinzione alle persone che passano. Foto piccole, mosse, da troppo lontano...

                           Twin Towers a San Gimignano, le Torri dei Salvucci
                     Twin Towers a San Gimignano, le Torri dei Salvucci



                           Il Duomo e la Torre Grossa (e le nuvole) a San Gimignano
                Il Duomo e la Torre Grossa (e le nuvole) a San Gimignano

Non saprei dire se questo pensiero possa esser stato una calamita, ma fatto sta che mi sento rivolgere la parola da un tizio... Mi volto e vedo un uomo elegante, toscanissimo, un biondino sui cinquanta, alto e snello. Mi dice quel che stavo pensando io in quel momento: mettersi a fotografare monumenti così, senza un soggetto vicino e senza che accada qualcosa, non ha molto senso. 
Noto che sta sull'uscio dell'atelier fotografico e allora comprendo che ne è il proprietario che sta aprendo come ogni mattina. E' lui l'autore di tutte quelle suggestive foto di San Gimignano che avevo già notato nei giorni precedenti sbirciando la sua vetrina!
Non saprei ricostruire esattamente come, ma sta di fatto che partono circa due ore di lezione intensiva di fotografia, intervallate da me che corro a riportare le chiavi alla padrona di casa per poi ripresentarmi da lui per ricominciare (e quanto mi è costata sta faccia tosta...).
Lui è di una gentilezza disarmante: mi regola meglio le impostazioni della macchina fotografica, mi mostra i suoi lavori, spiegandomeli, mi dà utili nozioni di editazione al pc, mi racconta trucchi e capisaldi della fotografia (la sezione aurea, con corredo di disegno!) e che cosa sia la fotografia per lui.
"Qui c'è un uomo su una scogliera"
"No, c'è un poeta. E' diverso. In quella foto doveva esserci un poeta"
Io mi bevo le parole di quest'uomo che un po' mi fa arrossire perchè è pure bello, ma anche quest'aspetto passa in secondo piano: mi comporto come un'allieva attenta decisa a non perdere neppure una goccia di sapere fotografico.
Mi tolgo di torno, per decenza, soltanto quando capisco che gli sto sottraendo davvero troppo tempo, ma non prima di averlo visto alle prese con degli acquirenti australiani.
Felice, esco da quella bottega in cui avevo perso la cognizione del tempo. E in effetti è così: un luogo magico fuori dal tempo, pieno di cose bellissime. 
Di nuovo in strada, compio l'ultimo importante gesto che mi ero ripromessa di fare. E sì, dai, in fondo era prevededibile... Mi lascio il borgo alle spalle e prendo ancora una volta la MIA Via Vecchia, in cerca degli anziani signori.
Trovo lui, una garanzia, che gira per la sua campagna.
"Sto partendo, volevo salutarvi..."
Sembra onorato. Chiama la moglie che si affaccia alla finestra da cui dialoghiamo un po', e intanto mi chiede se sto tornando in Francia, perché secondo lui io ero francese!
Il resto è storia di saluti su una strada sterrata. Saluti alla finestrella di un casale. Storia di gentili convenevoli, di inviti a ritornare e a stare nel loro B&B, di panni stesi ad asciugare, bianchissimi, sotto il profilo delle torri millenarie.
Poi tutto finisce. Lo sento quando riprendo il trolley che mi aspettava nell'atrio di quella che era la mia stanza fino a poche ore prima (e ammetto che mi è presa un po' di gelosia nel sentire dire alla frickettona che la stava pulendo per qualcun altro).

Il bus mi aspetta sul piazzale, ma non prima di un altro importante, fondamentale, rito: entro nella piccola gastronomia fuori le mura (credo sia ovvia la convenienza economica) uscendone con un panino che mi mangio seduta sul marciapiede, annaffiandolo, finalmente!, con un bicchiere (di plastica) di chianti. Sul filo di lana, ma non potevo lasciare queste terre senza il loro frutto più prelibato.

domenica 17 settembre 2017

SECONDA TAPPA - S. GIMIGNANO: giorno 3: visita a Monteriggioni e Colle Val d'Elsa

La domenica è il giorno peggiore per muoversi con i mezzi pubblici nel senese (be', forse lo è un po' dappertutto), ma io sfido la sorte e, oh me sconsiderata!, mi accorgo soltanto dopo esserci salita su per caso, che quello sarà l'unico autobus della giornata che partirà per Monteriggioni. Ho avuto fortuna...
Le aspettative per questa fortificazione medievale è alta. Perciò la delusione raggiunge il colmo quando all'approssimarsi del bus alle mura mi dico "e allora?".
La parte migliore della faccenda restano le tre pellegrine con cui scambio due chiacchiere sull'autobus. Stanno per terminare il loro tratto di via francigena. Una di loro è particolarmente provata, così ha deciso di saltare l'ultima tappa "Colle Val d'Elsa - Monteriggioni" e di farsi trovare direttamente alla meta per festeggiare la fine del cammino insieme alle altre due che invece scendono dall'autobus proprio a Colle Val d'Elsa. Io e la ragazza stanca invece continuiamo a farci scarrozzare fino a Monteriggioni, con l'accordo di farci compagnia nella mattutina visita al borgo.
Niente, San Gimignano mi ha abituata troppo bene: ora nulla mi sembra alla sua altezza.
Nessun vicolo nascosto, nessuna vista a sorpresa: il borgo è una cinta fortificata circolare, solo in piccola parte percorribile in sommità, con vista sulle brulle colline della Val d'Elsa, più aride e inospitali delle dolci colline del Chianti.
Dentro il borgo il nulla eccetto negozietti per i turisti (a differenza di San Gimignano, il paese non mi sembra abitato) e le biglietterie d'ingresso alle attrazioni rendono il tutto molto più simile a Gardaland che non ad un centro storico. Il sole cocente poi fa il resto nel portarmi a decidere che ne ho già abbastanza e che la visita può concludersi qui.
Sulla scia dell'inconsueta elasticità con cui sto scivolando tra le cose in questa vacanza, butto all'aria il programma di starmene tutto il giorno a Monteriggioni e corro a prendere il bus del ritorno con l'intenzione di fermarmi a metà strada per visitare quel borgo che dal finestrino mi aveva fatto dire "oh! E questo che cos'è?".
Così eccomi ai piedi di Colle Val d'Elsa, un borgo arroccato anche conosciuto come città del cristallo a ricordarne una certa vocazione industriale nella parte pianeggiante dominata dal colle.
Ed è qui che trovo la bellezza che cercavo oggi: un arroccamento di antichi edifici che vanno a formare un lungo ovale con vista sul brulicare delle attività umane che si svolgono in basso tutt'intorno. Alcune case sono a strapiombo. 
Mi torna alla mente quando da bambina guardavo le immagini musicate dell'intervallo Rai: Colle Val d'Elsa potrebbe benissimo essere uno dei borghi ritratti in quelle cartoline.
E siccome l'idea mi piace, decido che è senz'altro così.
Mi aspettavo un paese morto (come fai a vivere in maniera moderna se sei arroccato lassù?). Sbagliavo! Ovunque palazzi nobiliari, percorsi disseminati di targhe a segnare l'antica presenza di nomi illustri, e poi scalinate e ancora scalinate (capisco perché la ragazza che ho visto prima e che qui ci abita è così in forma...) che si snodano creando impreviste articolazioni. E infine, vera sorpresa, manifesti di attività culturali e sportive a profusione! E' dunque una città non solo fittamente abitata ma anche giovane, e questo mi rincuora, perché pensare che certi luoghi così magici stiano andando a morire mi rattrista parecchio... Be', qui questo pericolo sembra non esserci!
Alle due passate e affamata come un lupo direi che è pure l'ora di assaggiare le ricette locali concedendomi finalmente un po' di cucina senese. Adocchio un'osteria che mi sembra il posto giusto. E lo sembra così tanto che lotto non poco per convincere la cameriera a trovare un posto per me anche se la cucina sta chiudendo, meritandomi un piatto di pici alla scaramarata, un pesantissimo ma buono da matti spaghetto molto grosso condito con un sughetto a base di pancetta e pepe.

Non mi godo il borgo come vorrei perché sono stanca e ho fretta di prendere uno degli ultimi bus del giorno, così lo attraverso velocemente fotografando inutilmente come non ci fosse un domani, e ovviamente le foto che scatto faranno pietà come tutte le cose fatte senza la dovuta voglia e attenzione. Se si considera che tutte le foto scattate oggi sono state prese dalle 11 alle 16, si può facilmente intuire che quelli di oggi foto da buttare. Accidenti!

Mi riprendo con le foto tardo-pomeridiane alla Via Vecchia. Ormai mi muovo con disinvoltura tra quei campi dove entro anche senza permesso esplicito. 

                         La Via Vecchia (San Gimignano)
                                             (La Via Vecchia)

Confesso che spero di incontrare il vecchio contadino per scambiarci due chiacchiere, e accade: lo incontro di ritorno dalla sua giornata nei campi e mi fa entrare nella parte più privata del terreno, dove esplodo di gioia quando penso a come fotografare insieme il profilo del borgo, il vigneto e le lenzuola bianchissime stese ad asciugare.

                         San Gimignano e lenzuola
                                (San Gimignano e lenzuola)

Questo tardo pomeriggio salva la giornata fotografica.
Rientrata in camera a lavarmi e riposare un po', esco di nuovo per una breve passeggiata serale, durante la quale ripasso per caso davanti la Casa Campatelli. C'è ancora il ragazzo di due sere prima... L'intuizione è un lampo: entro di nuovo e gli chiedo come si fa a lavorare per il FAI.
La breve conversazione che ne segue girerà nelle rotelle del mio cervello fino a portarmi a decidere che questo momento dovrà incidere sulla mia vita a Milano...
Serata trascorsa sul letto con la mente che soppesa le possibilità future, semi da piantare, ascoltando un gruppo che dalla Rocca suona High Hopes dei Pink Floyd (e a me sembra una serenata per me...)

venerdì 15 settembre 2017

SECONDA TAPPA - S. GIMIGNANO: giorno 2: visita al borgo

Svegliarmi in questa camera perfetta è così dolce che vorrei dormire ancora per estenderne l'effetto. Ma c'è molto da fare, quindi giù dal letto!
Allo specchio mi dico che si cambia passo: basta sciatteria!, ché qui non mi guarda nessuno!
E devo ammettere che da tempo mi sto parecchio lasciando andare (precisamente da 38 anni). In questa vacanza vedo che gli uomini le guardano eccome le ragazze curate e carine.
Quindi, cara, stamattina in occasione della visita ai monumenti vai di vestitino, sandali, occhiali da sole e soprattutto CREDERCI!
Perchè sì, essere convinte è la prima cosa, e vestirsi bene aiuta ad autoconvincersi.
Così eccomi davanti allo specchio: ok, la prossima volta giuro che metto nel trolley almeno un braccialetto e una matita per gli occhi, ma non sarà questo a smontarmi ora, "perché io ci credo".
E con questa cieca convinzione prendo la porta e scendo in strada. C'è il sole, un bel cielo sereno e, porca miseria! che cavolo è questo vento??? Neppure il tempo di svoltare l'angolo, che il mio vestitino inizia a sollevarsi che non mi basterebbe essere la dea Khalì per tenere coperte le mutande.
E penso "ma ché, solo io???". Dove sono le altre donne? Le altre donne sono lì, intorno, in giro, solo un po' più astute e dotate di quel minimo di intelletto e civetteria che consente loro di portarsi diversi abiti adatti all'occasione. C'è vento? Gonna lunga o pantaloni, imbecille!
Crederci? Be', almeno questo mi pareva il trucco. Ma mi sa che questo trucco  ha una piccola, forse infinitesimale, quota di errore...
Segnato sul taccuino "impara qualcosa da questo vacanza": portati abiti per essere carina ché poi ti penti!
Tempo un quarto d'ora e sono di nuovo in strada alla solita maniera: da campeggiatrice dei poveri. Pazienza.
Una cosa che adoro di San Gimignano, e che da questo punto di vista associo a Venezia, è che è interamente pedonale (No cars go, come direbbero i cari Arcade Fire).
Raggiungo in fretta la centrale piazza Duomo e finalmente arraffo una mappa della città. Da qui l'umore cambia: ho la città in pugno!
Decido di partire da ciò che mi attira maggiormente e che a quest'ora è ancora relativamente poco preso di mira dai turisti (vantaggio di dormire nel borgo: arrivare prima): la salita sulla torre (l'unica pubblica) Grossa, la più alta.
                        
                                (La Torre Rognosa e il Chianti)
So già che, per quanto emozionante, l'effetto non potrà essere tanto sorprendente come per chi non è abituato per lavoro alle altezze (il mio lavoro purtroppo mi toglie parecchio della meraviglia di andare in giro). Così, messa via l'aspettativa, mi godo l'esperienza per come posso: meravigliosa vista a 360 gradi sulle altre torri, sui tetti rossicci del borgo e soprattutto su tutta la campagna circostante. Pure sui campi di ieri! Li guardo e li riguardo questi dolci pendii dai colori che virano da diverse tonalità di verde, al giallo al marrone, e mi dico che voglio andarci, voglio addentrarmici e stendermici sopra, come fosse un gigantesco ed accogliente lettone.
Scesa dalla torre, inizio il giro dei musei accessibili con il mio ingresso unico, dal palazzo comunale che ha visto Dante tra i suoi ospiti, alla porta della casa della patrona (e sfigatissima) Santa Fina. E poi, attraverso un tortuoso giro tra vie e viuzze, mi sposto verso nord fino al complesso che ospita una mostra del fotografo Cartier - Bresson, poi ancora la spezieria e infine il motivo per cui ho messo il turbo visitando con ritmo militare tutti i musei di San Gimignano: arrivare per l'ora di pranzo a farmi un panino da mangiare per strada, in modo da avere lo stomaco abbastanza pieno per la visita nel primo pomeriggio al museo del vino (taaaaac) alla Rocca Montestaffoli.
Eccomi in fila per la mia tesserina da 5 assaggi di vernaccia con vista colline del Chianti. Come in uno spartito musicale c'è l'attimo per gustare il liquido divino, quello per scorrere una pagina del libro e quello per uno sguardo alle colline.
                       
                     ("Le otto montagne" e un calice di vernaccia)
Sorseggiando il mio calice, noto un ragazzo centrafricano che sorveglia i tavoli, pronto a scattare per rendersi utile. Poi ne noto un altro: portano via i bicchieri vuoti degli avventori che se ne sono andati, e a dire il vero pure quello che hai ancora in mano se solo lo vedono vuoto (hey, mi serve! Devo riempirlo di nuovo!). Quando mi alzo per scattare una foto al panorama uno di loro rimette a posto una sedia che avevo tatticamente spostato per esigenze fotografiche. E quando entro nelle sale espositive (e va be', chissene...mica sono venuta qui per questo! Diciamo che già che ci sono faccio un giretto veloce) un altro ancora insiste che devo mettere gli occhialini 3d.
Insomma, solerti, attenti, ma un po' rompipalle!
Ma che ci fanno qui? Mi faccio l'idea che il museo collabori con qualche associazione di accoglienza di giovani immigrati, e in effetti ci prendo: la receptionist (gentilissima nello spiegarmi l'uso dei distributori di vino e carina nel suo non spingermi a fare il biglietto più costoso "sa che le dico? Secondo me con gli assaggi di oggi si è fatta un'idea esaustiva del vernaccia") mi spiega che è proprio così. Evidentemente questi ragazzi desiderano rendersi utili e non sopportano di stare con le mani in mano. Purtroppo questo museo non si presta a chissà quale intensa attività di ricezione, e loro sono in soprannumero rispetto alle esigenze. Ma forse l'orario non è il più frequentato, e io me ne esco da lì pensando che l'ente museo sta facendo una cosa davvero carina.
Lasciati gli assistenti troppo interventisti del museo, rientro in camera con un solo pensiero: calpestare quelle colline che vedevo dalla sommità della torre e che mi avevano spinta a questa meta. 
Mi incammino di nuovo per la Via Vecchia, questa volta scendendo più giù e infilandomi in un uliveto, dove alterno al dolce far nulla, sdraiata sulla schiena, lo scatto di fotografie al profilo del borgo che si staglia inconfondibile tra le colline e il cielo. 
Respiro intensamente l'aria e tutti i profumi delle piante e della terra. Mi sembra quasi di non respirare da un anno e forse più. E cerco di trattenere il più possibile quel momento. Per goderlo appieno estraggo dallo zaino il mio kindle: quel posto e la lettura sono un abbinamento troppo goloso per resistere. Per qualche istante penso sia il paradiso, mi dico che quello è un piccolo pezzo di felicità e che difficilmente avrò momenti così perfetti. Ma a domani cerco di non pensare.
                      
         Pisolando tra le viti in un tardo pomeriggio estivo (San Gimignano)
Poi sbircio verso il campo del vecchietto e lo vedo! Mi invita ad entrare liberamente e andare dove mi pare. Trascorro più o meno così il resto del pomeriggio, e prima di sera sono a casa. Per cena oggi mi bastano frutta, cantucci e lo yogurt che ho preso appena fuori dalle mura. 
Serata di lettura di "Le otto montagne" che ho appena cominciato, scambiando due chiacchiere con i piccioni di tanto in tanto.

SECONDA TAPPA - S. GIMIGNANO: giorno 1: miscellanea

Con la testa piuttosto appesantita per il giorno e mezzo milanese che è servito  per tornare a casa, sbrigare qualche faccenda, e ok, scaricare le foto di Grado, e rifare i bagagli, ma soprattutto con una certa agitazione che ha scombussolato in una sera il mio non certo saldo equilibrio emotivo, mi rimetto sul treno. Direzione Firenze, con il prezioso contributo di mia mamma che mi evita un'alzataccia ancora peggiore e mi accompagna al metrò. 
Questa volta il viaggio è meno piacevole: io sono un po' turbata per l'incontro con l'ex - ex della sera prima, e il treno è molto affollato, chiassoso e nervoso. Il mio vicino sbuffa quando si rende conto che deve liberare, perché assegnato a me, il posto su cui aveva posato la borsa. Decido subito che mi sta sul cazzo.
Fortunatamente arrivo velocemente a Firenze dove mi aspettano le ferrovie regionali. Ma la mia speranza di poter far colazione nell'attesa tra un treno e l'altro evapora quando capisco che anzi devo correre per non perdere il convoglio per Poggibonsi. 
Con i vagoni scomodi per posizionare il trolley opto per uno di quei sedili ribaltabili che si trovano tra uno scomparto e l'altro, vicino alle porte. Il che ha il vantaggio di una maggiore tranquillità, cosa che non impedisce a un bizzarro quarantenne fiorentino di attaccare chiacchiera, chiedendomi dove sono diretta e se sto viaggiando sola... In realtà la conversazione nasce dal fatto che il tizio si trova in difficoltà perché deve andare al bagno, che è occupato da molto tempo. La sua teoria è che quelli senza biglietto si sono chiusi nei bagni dei treni per non essere beccati. E lui lo sa bene, dice...
Senza una vera ragione, mi faccio l'idea che sia disoccupato ed ex (?) tossico. Provo a imaginare che vita faccia mentre lo ascolto dire che in effetti è meglio viaggiare soli. Anzi no: dalla mia risposta di prima ha dedotto che io parlassi della mia situazione sentimentale (io mi riferivo al viaggio in treno), e quindi che non ho un fidanzato e che questo sia meglio. E lui, be', la fidanzata l'aveva, ora no (e a dire il vero non mi sembra così contento di non averla), ma proprio non andava perchè c'era il problema della gelosia... Quella di lui! O meglio di lei che lo rendeva geloso...
Rinuncio a provare qualunque tipo di ragionamento, e del resto non potrebbe aggiungere molto altro al discorso perchè mister vescica piena deve scendere.
Io credo che quel tipo pensasse che manco morto sarebbe andato in vacanza da solo e che avrebbe dato un braccio per avere una nuova ragazza di cui essere geloso.
Non ci vuole molto neppure per Poggibonsi, e scesa dal treno, inizio a sperare con tutta me stessa che ci sia tempo per una seconda colazione. Vengo esaudita: nel piazzale della stazione c'è una caffetteria piuttosto tranquilla dove attendo una mezz'oretta il bus e dove continua la mia scrittura a mano del diario di bordo (quanto mi piace farlo!).
Poggibonsi non mi attrae per niente (avrò modo di farci un giretto poi); quindi raggiungere in pochi minuti il piazzale di San Gimignano, proprio davanti alla porta di San Giovanni, mi riempie di gioia e meraviglia: sto per varcare la soglia del tempo. Stanotte si dorme in un borgo medievale!
Il mio alloggio dista pochi metri dalla porta e dalla via principale del borgo che ha uno sviluppo prettamente longitudinale e la cui forma all'inizio mi sfugge ma poi imparerò a conoscere.
Non mi ero neppure accorta di non aver prenotato un B&B ma un affittacamere, e niente, tutto in questa vacanza mi entusiasma, così l'idea dei avere una mia camera che è un pezzo di una vera e propria casa centenaria (millenaria?), mi fa l'effetto che fanno le giostre a un bambino.
La mia casina è come tante, forse tutte, lì: casine in pietra e mattoni ocra di 2-3 piani con tetti tegolati spioventi, le finestrelle con le imposte in legno bruno, senza balconi.
La stanza è un colpo di fulmine: al secondo (e ultimo) piano, piccola, bianca, con il soffitto solcato da irregolari travi a vista in massiccio legno scuro; luci moderne e minimali, quasi soltanto lampadine, un angolo di parete attrezzato come armadio, una mensola con un vassoio provvisto di tutto l'occorrente per preparare una tisana, pavimento in cotto, ma soprattutto...LA FINESTRA!

                                Io di quadri ne vedo tre - I see three pictures
                                 (Io di quadri ne vedo tre )

Una giocosa finestra che si apre su un vicolo e che nel soggiorno toscano sarà il mio punto di osservazione sui tetti della città, e in particolare sul tetto di fronte da cui ho la costante compagnia dei piccioni. E ogni tanto spierò la vecchina che lascia filtrare un pezzettino della sua vita quando apre la finestra della sua cucina di fronte alla mia ma un po' più in basso. Mi affaccio e mi riaffaccio quando desidero sentire calore familiare, pure se lei non si accorgerà mai di me. E le imposte in legno, regolabili in più versi, diventano il mio giochino e il mio desiderio, inesaudibile purtroppo nel mio appartamento milanese con fredde e grigie tapparelle: ora le chiudo ché devo svestirmi; ora le tengo le chiuse ma le apro in verticale per riuscire ad osservare i piccioni senza che mi vedano; ora spalanco tutto. Le imposte come un sipario che mi permette di mettere in scena il mio teatro o come il diaframma di una macchina fotografica.
(Piccioni, uffi!, perché vi immobilizzate appena apro le finestre??? Siamo vicini di tetti, potremmo fare amicizia, non trovate?)
Questo tu per tu con i tetti del borgo, con il lampione-lanterna posto proprio sotto la mia finestra a conferire un tocco retrò, mi sa tanto (piacevolmente) di Luna e Gnac. 
E se lascio le imposte aperte, pure sdraiata sul letto riesco ad osservare la vita sui tetti ed ascoltare il vociare di turisti e passanti per i vicoli. Su quel letto fresco ci si sta così bene, che prima di improvvisare una visita per il borgo, mi ci faccio una bella pennichella pomeridiana. Ciao mondo.

Il primo giro per il borgo mi vede un po' nervosa: ancora senza una mappa dettagliata dei luoghi, vago confusa tra l'insopportabile orda di turisti, per lo più stranieri, e ulteriormente stordita dalla bellezza che qui è ovunque: nelle torri, nelle mura, nei pendii coltivati tutt'intorno...
L'unica cosa che ricordo bene, è che la guida raccomandava il famoso gelato dai Dondoli, vincitore di più edizioni del gelato più buono del mondo: accetto quindi quel che normalmente non farei mai, una lunghissima fila premiata dal doppio gusto zabaione al vin santo e il celebre crema di Santa Fina, una particolare ricetta locale a base di zafferano (che ho scoperto essere una famosa produzione di San Gimignano, quando lo pensavo esclusivamente orientale) e pinoli.
Il giro random prosegue per la Rocca di Montestaffoli dove posso sfogare la mia voglia di foto, con vista ora sulle colline del Chianti, ora sulle torri, le piazzette, le chiese e queste centinaia di meravigliose casette in pietra e mattoni rosso chiaro. Ancora non sono in grado di orientarmi e ordinare nella mia mente quel che vedo, e questo mi disturba.
Pure che le colline intorno sono il Chianti scoprirò soltanto a posteriori, mentre per ora sono molto più genericamente colline senesi.
Decido quindi di uscire dalle mura e seguire il consiglio dell'affittacamere, che per inciso mi faccio l'idea sia una simpatica lesbica frickettona sui 45 anni: cenare in un ristorantino appena fuori dal borgo, dove (dice) vanno gli abitanti del posto. Per il panorama, niente da eccepire, ma sul fatto che sia un ristornante da consigliare, ho i miei seri dubbi: quasi per nulla caratteristico, con piatti molto global e per lo più vegano-vegetariani. Non esattamente quel che cerco in centro Italia...
Zigzagando nei dintorni del piazzale antistante Porta San Giovanni, raggiungo un punto da cui parte una strada sterrata che ora sale ora scende, perdendosi tra i campi. Che sia lei quella Via Vecchia che cercavo senza darmi pace? La celebre via da cui si ha una vista privilegiata e spettacolare del borgo? 

                           S. Gimignano dalla Via Vecchia
                              (S. Gimignano dalla Via Vecchia)

Non ci sono dubbi: sto davvero camminando tra quelle colline che vedevo dall'alto della rocca e che tanto desideravo calpestare fin da quando questo viaggio era soltanto una vaga idea nella mia testa. La gioia è tale che sento di voler condividere. Così mi fermo a rubare le chiacchiere tra un attempato coltivatore di zafferano e il contadino ottantenne che possiede i campi dall'altro lato della via. L'anziano è con la moglie che mi racconta senza nasconderla la sofferenza che una vita nei campi le ha lasciato nel corpo malandato. Ora aiuta la figlia che ha aperto un (accogliente) B&B proprio lì, tra filari di viti e di ulivi. E mi invita, in occasione di una prossima volta a San Gimignano, a scegliere il suo casolare per il soggiorno, ché mi fanno lo sconto e un'abbondante colazione (che in effetti dall'affittacamere non c'è).

                           Preziosi agricoltori a San Gimignano (lo zafferano) - Precious farmers in S. Gimignano (saffron)
                      (Preziosi agricoltori a San Gimignano (lo zafferano))

Scatto foto ai contadini che chiacchierano, chiedendomi dove trovino tanto vigore a quell'età. Entrambi hanno i volti solcati da profonde rughe, i visi abbronzati in cui spiccano vivaci e luminosi occhi azzurri. Vederli anziani, mi rabbuia per un attimo, perché si fa più nitida in me la convinzione che quelle terre rimarranno presto orfane di giovani del luogo che ne portino avanti la tradizione...
Chiacchierando con l'anziano contadino, lascio il campo di zafferano e il suo proprietario operoso, perchè qualcos'altro mi attende: il vecchietto, saputo che desideravo fotografare il borgo dai campi, mi ha invitata a girovagare per la sua (sterminata) proprietà, fotografando a mio piacimento. Mi dice che è proprio dai suoi campi che si ha un palcoscenico unico sulla cittadina. Ed è vero! Ecco un'altra delle più appaganti sessioni fotografiche di questa vacanza a tappe.
Il tardo pomeriggio trascorre così.
La sera la stanchezza inizia a farsi sentire anche oggi (in questa vacanza credo di non essermi mai svegliata dopo le otto), ma vorrei tirare le dieci per il concerto gratuito alla rocca... Mi dirigo perciò, con poca determinazione, verso il borgo. Ma la verità è che alla rocca neppure ci arrivo: mi fermo prima, per la curiosità di vedere che c'è nel sontuoso atrio che pare visitabile e che si trova al piano terra di una delle torri del borgo. Un giovane ragazzo dall'aria innocua (tipo quelli che di solito non piacciono alle donne) mi spiega che è la Casa Campatelli, aperta in queste sere dal FAI. Il concerto può aspettare: entro!
Mi addentro in questo elegante appartamento alto-borghese su due piani, ancora arredato nei dettagli, dove il tempo sembra essersi fermato all'Ottocento, come se fino a cinque minuti prima ci fossero stati dentro i proprietari affaccendati nelle loro cose. E' un'esperienza strana, pure perchè sono l'unica visitatrice: vago per le stanze illuminate dai lampadari dell'epoca, soffermandomi ora sul libro ancora aperto sulla scrivania, ora sulla Olivetti pronta per l'uso, il mappamondo, il porta-penne, le cartoline, le lettere. C'è pure la culla di un neonato. E quadri e fotografie di famiglia: mi sento quasi una ladra. Sono incuriosita dall'esperienza ma al contempo  non so, il tempo che si è fermato, l'assenza delle persone a cui appartengono quegli oggetti, lascia aleggiare un brivido di mortifero disagio.

                              L'Olivetti di Casa Campatelli
                                (L'Olivetti di Casa Campatelli)

Fuori è buio. Il concerto può saltare. Torno a godermi la mia camera.

PRIMA TAPPA - Giorno 5: si lascia Grado (sul riscoprire il piacere di scrivere a penna ingannando il tempo)

Non sono per nulla dispiaciuta di aver perso l'autobus per soli cinque minuti. L'attesa all'ombra del bar, seduta a scrivere il mio diario di viaggio, mi ripaga ampiamente. E ancora più mi ripaga il motivo per cui l'autobus l'ho perso: mi sono attardata alla trattoria, dove ieri sera ho assaggiato il famoso boreto graidese, per mostrare all'anziano cuoco (e anima del locale) che il suo boreto, proprio quello fatto da lui!, è finito sulla guida turistica.
Ho pensato che quel vecchietto laborioso meritasse di sapere che il suo boreto è considerato il migliore di tutta la città. E ci ho preso, perché vedere i suoi occhi azzurri brillare di orgoglio nel suo viso grinzoso sotto la folta capigliatura bianca, e meravigliarsene, be', ha fatto un gran bene a me.
Bisognava vederlo prendere appunti, annotarsi il nome della guida e la pagina, e vagli a spiegare che io lo vedevo sul telefono perché avevo fatto lo screenshot al kindle... Va da sé che l'anziano cuoco abbia chiamato il nipotino che se ne stava buono a un tavolino in veranda a fare i compiti delle vacanze. Ché si sa, i giovani capiscono meglio di tecnologia.
Alla fine, poiché lui desiderava un ricordo, gli ho consigliato di acquistare la guida cartacea da sfogliare.
E lui era già contento di credere di essere finito in una guida pro-loco regionale, una di quelle brochure gratuite che vengono distribuite in zona. "No, no, signore, è una guida che si compra in libreria, è sul Friuli intero, e si acquista in tutte le librerie di viaggi del mondo, sia online che nei negozi veri. E in questa guida, quando si parla di boreto, si consiglia il suo!".
Ecco, quando l'ha capito, è stato ancora più felice. Giubilo e incredulità!
L'idea di passare da lui, prima di andare alla stazione degli autobus, mi ha permesso di lasciare la mia stanza vista laguna con meno malinconia, mentre mi ripromettevo di tornarci un giorno, presto!, con qualcuno di importante.

PS: Grado riserva sorprese fino all'ultimo istante: al bar vengo inaspettatamente salutata con calore dal gruppo di ciclisti (ah, sono varesotti!) visti ieri alla riserva (allora mi avevano notata!), un po' dispiaciuti di sapere che i nostri incontri fortuiti sarebbero finiti qui perché ero in partenza.

                         Bassa marea nella laguna di Grado - Low tide in the Grado lagoon
                             (Bassa marea nella laguna di Grado)



PRIMA TAPPA - Giorno 4: un triathlon improvvisato - visita alle riserve naturali

Il trucco è non pensarci troppo su, ché se ci pensi poi ti chiedi chi te lo fa fare...
L'altro trucco è non prefigurarsi con la mente tutti i possibili pericoli a cui si va incontro, perché quelli che immagini difficilmente si verificheranno, mentre in compenso ti si pareranno davanti difficoltà che non avevi proprio preso in considerazione.
Così passo al negozio di noleggio bici e, un po' titubante e ansiogenamente munita di mille piantine, parto imboccando la ciclabile che corre accanto alla laguna. Direzione riserva Cavenata e molto dubbiosa (e tendenzialmente per il no) sull'eventualità di raggiungere l'altra, più bella e lontana, oasi alla foce dell'Isonzo.
Nel pedalare la compagnia dei miei dubbi maledetti, che per una maniaca del controllo come me sono di casa: e se cado? se mi perdo? se non torno in tempo per consegnare la bici? e se mi stirano?
Ecco, faccio un respirone, raccolgo tutti i dubbi in un sacchetto immaginario e, no, non esageriamo, non li abbandono (sono contro l'abbandono io!), ma almeno da là dentro sento più attutito l'eco delle loro voci. Zitti, capito?
Questo primo tragitto è un altalenante e sfiancante alternarsi di momenti di meraviglia a momenti di angoscia, cosa frequente quando inizio a pensare troppo pure se sto facendo qualcosa di piacevole.
E' il tratto più semplice: la relativamente affollata (o per lo meno non deserta) pista ciclabile del centro abitato di Grado, che, superata la zona est dei campeggi e dei residence, continua attraverso i campi fino alla non lontana riserva della Cavenata, dove mi rifocillo e riposo un po', ma soprattutto cerco di raccogliere informazioni per pensare a che fare poi.
La divulgatrice dell'oasi è l'ago della bilancia che mi fa propendere per quel che in fondo volevo anche io: decido di assecondare il mio senso di avventura e lasciare perplessa la mia cautela innata che fa la combo con il mio senso pratico (dovrò fare tutto di corsa perché il tempo non è abbastanza!).
Insomma, non solo decido di puntare verso l'Isola della Cona, ma intraprendo il percorso più lungo e panoramico: un'incredibile pista ciclabile sopraelevata sulla costa deserta, un luogo fuori dal tempo. Sole a picco, quasi nessuna traccia di vegetazione su questa lunga distesa di spiagge rossastre, poco profonde, non battute dall'uomo, selvagge e soltanto dimora per gli uccelli. La pista è un terrapieno sopraelevato di qualche metro rispetto alla pochissimo frequentata strada che gli corre accanto a sinistra, e protetto da una staccionata di legno dalla spiaggia che si trova molto molto più giù.
Ma quella spiaggia sottostante non è l'unico panorama da ammirare: pedalando e fissando l'orizzonte leggermente a destra, si apre davanti ai miei occhi l'intero golfo di Trieste e, prima, la punta dell'Isola della Cona, e prima ancora la Punta Sdobba, che segna l'inizio dei tanti rivoli del delta dell'Isonzo.
Alle mie spalle le ormai lontane spiagge dorate di Grado e ancora più in là di Lignano Sabbiadoro.
A me pare di aver scoperto un tesoro, ma insieme sono intimorita dal fatto di essere sola: sola con gli uccelli, l'erba, le rocce, il mare, la sabbia. Nient'altro. E' inebriante e insieme angosciante. Mi conforto per un attimo quando dalla stradina sottostante sento arrivare un gruppo di motociclisti delusi dall'accorgersi che il panorama è a solo appannaggio dei ciclisti. E spariscono velocemente sulle loro moto.
Il mio percorso è rallentato dalle frequenti soste per fotografare e catturare ogni sensazione, soste che a un certo punto evito sempre di più quando mi rendo conto di aver sforato qualsiasi ragionevole tabella di marcia. 
Ma sapete che c'è? Lì, proprio lì, su quella pista sotto il sole cocente che non mancherà di disegnarmi addosso i pantaloncini, realizzo per la prima volta un aspetto della fotografia che non mi era ancora stato così chiaro: estrarre la macchina fotografica mi dà coraggio quando la paura è troppa, quasi come potesse proteggermi. Con lei non mi sento davvero sola.
Sola nel sole, bruciata e affaticata, raggiungo finalmente Punta Sdobba: ormai sono immersa nella natura pura, quella che non c'entra niente con i lavori dell'uomo; è opera del mare e del fiume che si incontrano con la terra.

                        Punta Sdobba (e in lontananza l'isola della Cona)
                      (Punta Sdobba e in lontananza l'isola della Cona)

Ma proseguo presto per recuperare il tempo 'perso' con questo tratto panoramico e raggiungere il raccordo con l'itinerario che avrei dovuto fare, credendo che la parte in isolamento è terminata. Errore: la pista finisce e io mi ritrovo su una deliziosa stradina di campagna, stavolta in direzione nord, come ce ne sono tante, circondata a destra da un altro terrapieno (immagino che le golene siano d'uso comune qui) e campi, campi e ancora campi a sinistra. E neppure l'ombra di una presenza umana, se non, nell'arco di due ore, qualche sporadica automobile, un paio di motorini e un ciclista molto più veloce di me. E la pelle inizia a bruciare davvero forte (sbagliato aver pensato che la crema solare serva esclusivamente in spiaggia!).
E siccome angoscia chiama angoscia, eccomi ad aver timore dell'ultimo tratto di 2 km su statale che mi separano dalla Cona. Dover percorrere questo brutto segmento non protetto era il motivo fondamentale per cui pensavo di evitare di arrivare alla Cona...
Fino all'ultimo penso che se non me la sento tornerò indietro e pace.
Ci penso così intensamente che ad un tratto mi fermo e mi redarguisco da me: smettila! sei qui ed ora: non pensare a dopo! stai qui con la mente!
Per quanto faticoso, finisce anche questo pezzo di strada: sono sbucata sulla statale che di nuovo corre verso est per superare con un ponte l'Isonzo.
Deglutisco, penso che se devo finire male, investita, tanto vale pedalare e non pensarci, e così spalancando gli occhi di paura (come i miei conigli!) ogni volta che una macchina o un tir mi sibila di fianco facendo vibrare l'aria, arrivo al ponte, dove scendo dalla bici (davvero troppo pericoloso) per portarla a mano e scattare qualche fotografia al fiume (coerenza zero...). Poi, grazie a Dio, incrocio la stradina sterrata che riporta verso sud, stavolta accanto alla sponda est dell'Isonzo, e dopo aver pedalato ancora un bel po', individuo l'ingresso alla riserva (è tardissimo!!!). Eccoli, i cavalli camargue!, quell'immagine che è montata nella mia testa nei giorni precedenti fino a farmi desiderare di venire qui!

                      Cavalli camargue all'isola della Cona - Camargue horses in the Cona island
                         (Cavalli camargue all'isola della Cona)

Vedo un gruppo di ciclisti che stanno decidendo come visitare l'isola. Un po' invidio che siano in compagnia... Sono gli stessi che mi aveva indicato la divulgatrice della Cavenata invitandomi ad accodarmi a loro (non mi sono neppure proposta: non volevo fare percorsi alternativi e sapevo di non essere molto veloce). Mi faccio fare un panino al bar e, recuperato l'entusiasmo, parto per l'escursione a piedi, dove con mio disappunto mi trovo davanti ad un'altra scelta (oh no, un'altra!): il più breve e semplice percorso ad anello con vari punti di osservazione ma senza poter raggiungere gli animali allo stato brado che stanno al centro dell'anello, oppure il percorso lineare che arriva molto più lontano, in punta, tra zone con animali che circolano liberi, cavalli compresi.
(L'anello, ricorda, l'anello: non hai neppure tempo! L'anello!!!)
Ovviamente mi incammino per il secondo percorso, capendo ben presto che non è per cuori pavidi: mi cago addosso man mano che mi addentro per la boscaglia paludosa, ancora una volta sola che più sola non si può (ma dove cavolo sono i turisti, gli appassionati di natura, cristo?!?), trasalendo ogni volta che qualche bestiola mi si muove vicino. Ho paura di perdermi perché i percorsi si diramano man mano, moltiplicandosi e non sono segnalati. Sono così terrorizzata che il trillo di whatsapp mi fa tirare un sospiro di sollievo: bene, il telefono prende! Mi sento come Alice quando si perde nel bosco.
La mia avventura verso la punta, alla ricerca dei cavalli liberi che in genere mi dicono scorazzare proprio là, si interrompe a circa 2/3 del percorso. Alzo bandiera bianca. Ho cercato di andare avanti più che potevo, ma sono le tre e mezza del pomeriggio, mi manca tutto il percorso ad anello, e sono sfinita e terrorizzata. Sono arrivata almeno al punto in cui la terra inizia a diventare un sottile lembo in mezzo alla foce: la costa è più vicina e da dove sono io vedo bene il profilo industriale di Monfalcone.

                     Monfalcone dall'isola della Cona - Monfalcone from the Cona island
                          (Monfalcone dall'isola della Cona)

Il percorso ad anello, anch'esso completato senza incontrare pressoché nessuno, è più qualcosa di simile all'idea di riserva che avevo: ci sono numerosi appostamenti di legno per poter osservare gli uccelli senza essere visti da loro. Ma io devo correre per il ritardo accumulato!
Arrivo stremata all'ingresso dove scambio ancora due chiacchiere con la barista e reintegro tutti i liquidi del mondo! Non le nascondo la mia delusione per non aver visto i cavalli da vicino. Chissà, forse se fossi arrivata alla punta, se avessi avuto il tempo di sedermi da qualche parte ad aspettare senza fare rumore o se solo avessi avuto un tele-obiettivo... Lei mi consola invitandomi ad andare al punto panoramico del piano soprastante  (non l'avevo notato) da cui tramite un cannocchiale c'è una bella vista ravvicinata di cavalli e degli uccelli che gli passeggiano, placidi, tra le zampe.
Durante questa gita, capisco un'altra cosa: ho bisogno di un obiettivo più potente, telescopico, e dei filtri per ingannare il sole.
Lasciata la riserva, stavolta niente strada panoramica: imbocco la via più 'breve' che mi permette di tornare a Grado in due ore e mezza invece delle quasi cinque dell'andata.
Mi sforzo per arrivare in centro mezz'ora prima dell'orario di riconsegna della bici: ustionata e accaldata, desidero salutare il mare di Grado. Per cui mi butto a mare per una nuotata veloce, raccolgo i miei vestiti e torno a casa per crollare più morta che viva a letto.
Bilancio: una cinquantina di km in bici, 7-8 km a piedi e nuotata finale.
Il mio personale triathlon.


PRIMA TAPPA - Giorno 3: chiacchiere e lampi

Oggi mi incammino presto verso la spiaggia: pare arriverà un piccolo uragano nel pomeriggio, cosa che in queste zone è tutt'altro che infrequente...
Insomma, non è giornata da allontanarsi troppo dall'albergo. Decido quindi che è l'ideale per stare in spiaggia finché il tempo regge e approfittarne per finire La Casa In Collina.
E il tempo, contro tutte le previsioni più allarmistiche, tiene fino al tramonto. Così la mezza giornata di spiaggia diventa una giornata intera.
Ormai ho deciso che la mia spiaggia di riferimento è la Costa Azzurra: una lunga distesa di sabbia fina e dorata esposta a sud, situata all'estremità occidentale della penisola, che ha poi il vantaggio di non obbligare a pagare l'odioso obolo di 24€, come accade negli stabilimenti delle spiagge centrali di Grado, e ha l'acqua migliore, più fresca e profonda.
Mi chiedevo se avrei saputo stare un giorno intero da sola in spiaggia senza iniziare a sentirmi inquieta... 
Ho capito che con un occhio a quel che accade intorno a me, per sentirmi parte del mondo, per agganciare la mia solitudine a qualcosa che le tenga compagnia, e l'aiuto del cellulare per inviare qualche messaggio, direi che si riesce.
Il sole lievemente meno caldo di ieri mi concilia la voglia di rimanere a godermi il tramonto, l'ora più dolce (regola: non si può dire ciao a un mare senza averne visto il tramonto!), pure se un venticello incipiente sta già iniziando a giocare con la sabbia che si burla degli occhi di tutti noi che ci ostiniamo a rimanere qui, mentre i bagnini si stanno già affannando a chiudere gli ombrelloni di tutti coloro che hanno preferito abbandonare.

                     Pallavolo e tramonto (Grado)
                              (Pallavolo e tramonto - Grado)

                     Tramonto alla spiaggia Costa Azzurra (Grado)
                    (Tramonto alla spiaggia Costa Azzurra - Grado)

Alzo lo sguardo: il cielo non è più completamente limpido, ma solcato da quelle che a me sembrano innocue grandi nuvole bianche. (E penso che mi piacerebbe tanto saper distinguere i tipi di nuvole...)
E' in questo momento che, complice una bimbetta (questa vacanza mi sta insegnando il fondamentale ruolo sociale dei bambini anche per chi non ne ha!), inizio a scambiare due chiacchiere con i suoi genitori, i primi né austriaci né friulani che incontro qui!
"Ferrara? Bello! Avete il festival musicale! Ah, ci se stata una volta! E, che stavo leggendo? Cesare Pavese. Non è proprio lettura da spiaggia, dite? Siete insegnanti? Fico! Che mi suggerite di leggere? Ok, prendo nota. Ahahaha!, no, non sono psicologa. Ah, ma tu sei originario di qui: un autoctono! Il poeta Marin? No, non lo conosco: ho solo notato che gli hanno dedicato un busto ai giardini pubblici. Era un talentuoso poeta, peccato per la sua condotta personale? Mmm, era fascista, vero? Eheh, come ho indovinato se non lo conoscevo?, non so, mi ero fatta questa idea... E che pensare dei fascisti pentiti (ok, lui non era neppure pentito)?"
E così via fino allo scambio dei numeri con la promessa di trovarci con lei per un concerto insieme.
Il vento adesso si è ingrossato. All'orizzonte si profilano le prime nuvole davvero scure. Io apprendo con delusione, sentendomi leggermente colpevole per questo, che non ci sarà nessuna tromba d'aria marina, nessun evento strabiliante da guardare con stupore.
E mi fa piacere, molto, notare lei che spera non venga a piovere perché la sera, dopo cena, perché vorrebbe ci trovassimo per un gelato prima di salutarci: io per il giorno successivo ho in programma una biciclettata all'Isola della Cona (o meglio, alla Punta Sdobba; ancora non so se avrò il coraggio di spingermi da sola fino alla Cona...) e loro la partenza per l'Austria.
Io sono poco convinta: sta chiaramente per venire a piovere, ma in ogni caso ci salutiamo dicendoci che magari ci si vede più tardi.
Ecco, sono un toro, nel senso di segno zodiacale. Un toro di norma su certe cose non transige: via di corsa in lotta contro il meteo per fagocitare la frittura di alici e la polenta che avevo adocchiato la sera prima alla sagra dei pescatori: o victoria o fame (mi perdoni il Che)! 
Ce la faccio ingurgitando tutto alla velocità della luce. Bene ma non benissimo perché mi tocca rovesciare nella fontanella più di mezzo bicchiere del buon vino friulano: qui sta arrivando la tempesta!
Non faccio neppure in tempo a lasciare il porticciolo e incamminarmi lungo il viale che costeggia la laguna che vengo raggiunta alle spalle da una folata di vento che così forte non l'avevo sentito mai: mi spinge avanti facendomi quasi correre. E ammetto che inizio ad essere un po' preoccupata. 
Ma infilo la porta dell'albergo e lascio la burrasca alla mie spalle. 
(Ok, niente foto serali alla laguna tempestosa... Forse).
Inizia a tuonare mentre io sbircio il cielo da sotto la doccia. Ma chi l'ha mai vista una finestra (in bagno, anzi più precisamente sul piatto doccia!) su una vista così figa! E l'idea che mi balena in testa mi fa smaniare dalla fretta di infilarmi il pigiama. Così, ancora con i capelli bagnati, eccomi a piazzare un rotolo di carta igienica sul davanzale della finestrella del bagno per guadagnare centimetri in altezza e bypassare il parapetto del terrazzo antistante, e tenendo come stabilizzatore l'appoggio della macchina, scatto a raffica ai fulmini che si scatenano sulla laguna. Come non ci fosse un domani!
Orgoglio.

                         Fulmini sulla laguna in tempesta (Grado) - Lightning _n the stormy lagoon
                          (Fulmini sulla laguna in tempesta - Grado)

                         Laguna in tempesta (Grado) - Stormy lagoon
                                   (Laguna in tempesta - Grado)